Stilisti animalisti

Mentre ci spupazziamo il nostro gatto o giochiamo con il nostro cagnolino, non ci sfiora nemmeno la mente l’idea che in altri paesi del mondo questi due animali sarebbero scuoiati vivi per farne pellicce. Ed insieme a loro, furetti, procioni, volpi e così via.

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È vero: negli ultimi decenni il mercato dei capi in pelliccia è andato diminuendo, complici le campagne di sensibilizzazione che gli animalisti portano avanti dagli anni ’80. Ma quante volte restiamo affascinati da giacche, guanti, borse e quant’altro con bordi in pelliccia? Le industrie di abbiglimento hanno trovato il modo di venderci comunque prodotti frutto della crudeltà sugli animali e noi li acquistiamo, pensando che siano pellicce finte o che siano scarti di pezzi più grandi. E sapete come fanno a portare in Europa pellicce di cani e gatti, eludendo i controlli? Scrivono sulle etichette nomi di specie di fantasia: wildcat, housecat, special skin, asian jackal, asiatic racoonwolf,  dogue of China, gae wolf, gubi, kou pi, ecc.

Invece, gli orrori commessi su questi poveri animali sono tutt’altro che fantasiosi: costretti a vivere in gabbie strettissime, al freddo per far crescere un pelo più folto, arrivano ad impazzire ed addirittura ad automutilarsi, per finire poi scuoiati vivi con procedimenti che non sto a raccontare perchè non voglio nemmeno crederci. E chi pensa che la pelliccia o la pelle o le piume utilizzati nell’abbigliamento siano un sottoprodotto dell’industria alimentare e si sente così meno in colpa, si sbaglia di grosso!

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La Peta (People for ethical treatment of animals) è un’organizzazione che da anni si batte a livello mondiale per questi temi. Tra le altre iniziative, consegna i Peta Fashion Awards agli stilisti ed alle case di moda fur-free: nel 2016, per la moda dei grandi marchi, il premio è andato a  brand come Topshop ed Asos, mentre per il grande lusso il riconoscimento è andato a Giorgio Armani, che dal 2016 ha deciso di interrompere l’utilizzo delle pellicce (alla buonora, dirà qualcuno). Il titolo di stilista dell’anno è andato invece a Stella McCartney, per il costante impegno nella moda animal free e sostenibile. La sua casa di moda non utilizza nemmeno pelle o cuoio per la produzione di scarpe o borse: anche la sua it-bag Falabella è fatta interamente in fibre sintetiche.

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Come ha dichiarato il re della moda milanese, il progresso tecnologico degli ultimi anni ci mette a disposizione alternative valide che rendono le pratiche sugli animali una crudeltà non necessaria. È vero, nel mondo attuale ci preoccupano di più le crudeltà sulle persone e sui popoli: ma la costruzione di una civiltà sana e rispettosa parte da gesti quotidiani e scelte consapevoli, che salvaguardino l’ambiente.

Tra i marchi fur free: H&M, OVS, Elisabetta Franchi, Zalando, Geox, Coin, Zara, Guess, Stefanel, Hugo Boss e Ralph Lauren.

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2 pensieri su “Stilisti animalisti

  1. Ciao! Ti ho nominata nel Liebster Award. Nel mio ultimo post,appena pubblicato, troverai tutte le spiegazioni.
    Buona serata! Un bacio!

    Mi piace

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